Il petrolio riscrive tutto, di nuovo
La settimana ha riportato al centro della scena il grande protagonista del 2026: il petrolio. Dopo settimane di relativa calma, l'escalation del conflitto USA-Iran ha spinto il Brent oltre i $100 al barile riaccendendo tutti i timori inflazionistici che sembravano archiviati. Nel corso della settimana i rendimenti dei Treasury americani sono saliti ai massimi dell'anno, il Gilt britannico ha toccato il 5.10% e il Bund il 3.20%. Solo venerdì un ritracciamento del greggio sotto i $100, grazie alla constatazione che il petrolio continua a transitare nonostante le ostilità e alle speranze di mediazione pakistano-cinese, ha alleggerito la pressione.
Il secondo tema dominante è stata la earnings season. Alphabet ha riportato ricavi cloud ben oltre le attese e un backlog di contratti superiore a $500 miliardi, ma il titolo è crollato del 7% dopo aver alzato le previsioni di capex. Tesla è precipitata del 15% con utili in calo nonostante consegne EV solide. Il nodo è ormai esplicito: con i quattro maggiori hyperscaler impegnati a spendere fino a $725 miliardi quest'anno in AI, gli investitori non chiedono più quanto si spende ma quali ritorni genera quella spesa. Questa settimana, con Microsoft, Meta, Apple e Amazon a rapporto, sarà decisiva e ci si può attendere volatilità nei mercati. Eppure, sotto la superficie, la macchina degli utili delle società americane continua a funzionare. Nonostante le tensioni geopolitiche, circa l'85% delle società dell'S&P 500 che hanno riportato ha battuto le stime, la percentuale più alta in cinque anni. Intel ha sorpreso con una guidance robusta (turnaround alimentato dalla spesa nei data center), AMD ha annunciato prodotti che promettono di battere Nvidia, e il messaggio ricorrente degli strateghi resta lo stesso: mantenere l'esposizione all'AI ma bilanciarla con ciclici, value e azioni internazionali.
Ed è proprio l'Europa a incarnare meglio questa rotazione. Le azioni del Vecchio Continente hanno chiuso la seconda settimana consecutiva in rialzo, con lo STOXX Europe 600 a 644,67, sostenute venerdì dal +10% di SAP dopo una crescita del portafoglio ordini cloud superiore alle attese. Ma le delusioni di STMicroelectronics e BE Semiconductor hanno mostrato come anche qui il mercato stia diventando sempre più selettivo sugli utili legati all'AI. Lo sviluppo più rilevante è strutturale: la crescita trimestrale dei profitti europei procede al ritmo più elevato da oltre tre anni. Sul fronte monetario, la BCE ha mantenuto i tassi invariati, ma il mercato prezza ora due rialzi entro l'inizio del 2027: il biennale tedesco ha toccato temporaneamente il 2,82% (massimo da luglio 2024) e un rialzo a settembre è ormai sostanzialmente scontato.
La settimana che si apre è di quelle spartiacque: la decisione della Fed, i risultati di quattro delle maggiori società al mondo e l'evoluzione del fronte iraniano, tutti concentrati in pochi giorni. Il mercato ha convissuto per mesi con rendimenti in rialzo e petrolio elevato, ma con entrambi ora ai massimi dell'anno, il cuscinetto che ha permesso questo rally si sta assottigliando. Come molti investment strategist affermano i mercati tendono a reagire in modo eccessivo agli sviluppi bellici, e in passato questi periodi di risk-off si sono rivelati occasioni di acquisto. Oro in consolidamento sopra i $4.049/oz, Bitcoin a $64.150. La resilienza degli utili resta il pilastro del mercato, ma la geopolitica e la Fed hanno il potere di rimettere tutto in discussione. Come sempre, in questi mesi, la sfida è distinguere i segnali dal rumore.
Curiosità della settimana
L’ascesa dei perpetual futures. Uno degli strumenti più controversi del mondo crypto sta sbarcando in forze negli Stati Uniti. I perpetual futures («perps»), ovvero contratti che non scadono mai, senza consegna fisica, con cui si scommette semplicemente al rialzo o al ribasso su qualsiasi asset, hanno scambiato lo scorso anno circa $90.000 miliardi di volume (da $30.000 miliardi nel 2023). Concepiti negli anni '90 dall'accademico di Yale Robert Shiller e resi popolari dai trader crypto, i perps offrono su piattaforme offshore fino a 40 volte di leva su tutto, dall'energia al valore delle società private prima dell'IPO. Il fascino? Semplicità e accesso continuo. A differenza dei mercati tradizionali, dove una margin call concede tempo per reperire liquidità, le posizioni in perdita sui perps vengono liquidate istantaneamente, e quelle vincenti possono essere «auto-deleveraged» per evitare l'insolvenza dell'exchange. Quando Trump minacciò nuovi dazi sulla Cina il 10 ottobre, oltre 1.5 milioni di trader crypto furono liquidati in 24 ore e il mercato perse $1.200 miliardi nelle settimane successive.
Google brucia cassa per la prima volta dall'IPO. Un dato storico che cattura l'essenza del dilemma AI: nel secondo trimestre Google ha registrato free cash flow negativo per -$5.9 miliardi — la prima volta da quando è quotata, oltre vent'anni fa. La causa è la trasformazione da business «asset-light» a impresa capital-intensive: il capex 2026 è stato rivisto a $195-205 miliardi (dai $180-190 precedenti), il secondo aumento dell'anno. È il paradosso che abbiamo raccontato nel settimanale: Alphabet era considerato l'hyperscaler meglio posizionato per reggere la corsa all'AI, con la cassa della ricerca a fare da cuscinetto. Invece la combustione di liquidità alimenta l'ansia sulla scala della scommessa. Come sintetizza SLC Management, «i mercati vogliono vedere gli hyperscaler spingere per la leadership AI, ma non a un ritmo che eviscera gli utili».
Scommettere sui titoli senza comprare azioni. Sull'onda del boom del retail trading e delle IPO «calde» con azioni contingentate, il CME lancia i single-stock futures su oltre 50 delle maggiori società americane, da Nvidia a SpaceX. L'idea: offrire esposizione con leva senza la complessità delle opzioni, regolati per cassa sul prezzo di chiusura, negoziabili 23 ore al giorno per 5 giorni.
Il fronte silenzioso dei fertilizzanti. C'è uno shock che, finora, non si è verificato, ma che vale la pena monitorare. La chiusura dello Stretto di Hormuz avrebbe dovuto far impennare i prezzi alimentari attraverso l'interruzione della filiera dei fertilizzanti: prima della guerra, un terzo del commercio globale di urea e circa il 15% di quello di ammoniaca (due input chiave dei fertilizzanti azotati) transitavano dallo Stretto. Eppure, finora, «l'abbaiare è stato peggiore del morso»: l'ammoniaca è solo leggermente più cara e l'urea è addirittura 20% più economica rispetto all'inizio del conflitto. Il merito va a una serie di fattori fortunati, scorte già elevate, agricoltori dell'emisfero nord che avevano già acquistato, e la Cina che ha liberato offerta di urea. I fertilizzanti fosfatici sono stati più esposti (richiedono acido solforico, e il 50% dell'export di zolfo viene dal Golfo): i loro prezzi restano 25% più alti. Ma il messaggio è di cautela: con la disruption di Hormuz che non accenna a finire, il Golfo rischia di diventare un collo di bottiglia anche per i fertilizzanti azotati, e la fortuna potrebbe non ripetersi. Il monito finale è storico e spesso dimenticato: nei due shock petroliferi OPEC degli anni '70, l'impatto del cibo sull'inflazione fu grande quanto, o maggiore di, quello dell'energia.
Grafici della settimana

Fonte: Bloomberg

Fonte: Bloomberg

Fonte FT, Bloomberg
Dati di mercato

Fonte: BG Aequitum – Bloomberg – dati al 27.07.2026
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