Aprile ha segnato un netto cambio di regime per i mercati globali, che in poche settimane sono passati da una fase di forte tensione a nuovi massimi storici. L’inizio del mese era stato dominato dallo shock energetico legato all’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran, con il petrolio oltre i 110 dollari al barile, lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso e i mercati azionari sui minimi da mesi. La riapertura dello Stretto e la normalizzazione dei flussi petroliferi hanno consolidato il recupero, pur in un contesto geopolitico ancora fragile. Sul piano macroeconomico, lo scenario resta quello di una crescita rallentata ma non recessiva. Un conflitto inizialmente percepito come temporaneo si è trasformato in uno stallo più duraturo, con effetti sulle catene produttive e sul sentiment globale. Gli indicatori anticipatori statunitensi non indicano una recessione imminente, ma il Fondo Monetario Internazionale ha comunque rivisto al ribasso la crescita globale 2026 dal 3,4% al 3,1%, con economie avanzate relativamente resilienti e maggiori difficoltà per i mercati emergenti e per i paesi più dipendenti dalle importazioni energetiche. L’inflazione ha mostrato una moderata riaccelerazione dopo mesi di disinflazione, trainata soprattutto da energia e trasporti. Negli Stati Uniti, il CPI di marzo ha assorbito, per ora, lo shock petrolifero senza sorprese eccessive, rassicurando i mercati, anche se l’effetto combinato di rincari energetici e dazi più elevati continua a comprimere il potere d’acquisto dei consumatori (vedi grafico). In Europa lo shock energetico si è trasmesso in modo più deciso, riflettendo la maggiore dipendenza dalle importazioni e determinando effetti base sfavorevoli. Di conseguenza, l’inflazione headline è destinata a restare sopra il target BCE ancora per diversi trimestri, nonostante il calo del petrolio. In questo contesto le principali banche centrali hanno mantenuto un atteggiamento attendista, bilanciando rischi per la crescita e per l’inflazione.
La dinamica azionaria di aprile ha evidenziato un importante scollamento tra l’andamento dei mercati e un contesto geopolitico ancora irrisolto. Negli Stati Uniti, l’apertura diplomatica successiva all’8 aprile ha innescato un rally tra i più rapidi degli ultimi decenni: dai minimi di inizio mese, l’S&P 500 ha guadagnato circa il 10% in tre settimane, superando quota 7.000 e raggiungendo nuovi massimi storici, spingendo le maggiori case di investimento a rivedere nuovi target al rialzo per il 2026. Dietro l’apparente rally generalizzato si è però sviluppata una rotazione settoriale in due fasi. La prima è stata dominata dal “geopolitical relief trade”, con la sovraperformance dei settori più penalizzati in precedenza, come viaggi, compagnie aeree, retail discrezionale e small cap.
In una seconda fase è tornata la leadership tecnologica: il Nasdaq 100 prosegue il suo trend rialzista, sostenuto da una stagione di trimestrali decisamente solida e dalle revisioni al rialzo delle stime per i principali player del comparto AI. Nonostante lo scetticismo sui costi elevati, le Big Tech hanno dimostrato che i massicci investimenti infrastrutturali non hanno intaccato la redditività, che è anzi risultata superiore alle previsioni, rafforzando la fiducia degli investitori. L’Europa ha partecipato al rimbalzo con minore intensità, penalizzata dalla maggiore esposizione energetica.
La stagione delle trimestrali è stata complessivamente positiva ma disomogenea: il lusso ha mostrato segnali contrastanti, mentre industriali, difesa e finanziari hanno beneficiato rispettivamente dell’aumento strutturale della spesa militare e di una curva dei tassi ancora favorevole. Ad aprile, nei mercati emergenti si è osservata una netta ripresa, con performance che hanno recuperato integralmente le perdite di marzo, grazie anche a titoli come Samsung, TSMC e SK Hynix. È proseguita la rotazione verso i Paesi importatori di energia, mentre la Cina ha continuato ad attrarre flussi grazie a valutazioni interessanti, politiche di sostegno e una rinnovata leadership tecnologica; in questo quadro, il tech di Hong Kong ha sovraperformato, in termini relativi, quello statunitense.
Nel mese di aprile il mercato obbligazionario è rimasto saldamente guidato dalle aspettative di politica monetaria, con le principali banche centrali in modalità ‘’on Hold’’. In questo contesto, è soprattutto l’andamento del petrolio a determinare l’evoluzione dell’inflazione e, di riflesso, le aspettative sui tassi: dopo mesi di disinflazione, l’inflazione headline ha mostrato una moderata riaccelerazione, trainata da prezzi energetici e costi di trasporto, mentre la componente core è rimasta relativamente più stabile; di conseguenza, lo scenario di riferimento resta quello di rendimenti più elevati rispetto a quelli di inizio anno, con maggiore sensibilità del tratto a breve della curva alle variazioni delle attese sui tassi.
Guardando al 2026, le aspettative implicite sui tassi riferito alle banche centrali continua a riflettere un percorso differenziato tra aree: circa 3 rialzi per la BCE, nessun movimento da parte della Fed (con Powell che rimarrà come governatore e Warsh come nuovo Presidente della Banca Centrale statunitense), circa 3 rialzi per la Bank of England e ulteriori due rialzi per la Bank of Japan.
In termini di mercato, i rendimenti del decennale tedesco e americano sono risultati complessivamente poco mossi tra inizio e fine mese, ma con una volatilità nel corso del mese più elevata, in particolare sul tratto breve, coerentemente con un mercato “ancorato” alle aspettative di policy ma reattivo ai singoli eventi. Sul credito, aprile ha confermato un’impostazione costruttiva: l’allargamento legato allo shock geopolitico è stato riassorbito e la volatilità implicita degli spread è scesa, favorendo performance positive e un rinnovato interesse per il carry, pur in un contesto che richiede disciplina e selettività. Anche gli emergenti hanno mostrato resilienza, con spread in compressione e sentiment in miglioramento dopo le notizie di cessate il fuoco e la prospettiva di riapertura dello Stretto di Hormuz, pur con rischi geopolitici elevati ancora sullo sfondo.
Il mercato dei cambi ha riflesso fedelmente il regime change geopolitico. Il dollaro era partito ad aprile sui massimi recenti, con il DXY in area 99-100, sostenuto dalle attese di una Fed «higher for longer». La tregua dell'8 aprile ha innescato un ribasso violento: in una singola seduta il dollaro ha azzerato i guadagni dell'anno. L'EUR/USD è risalito dai minimi di marzo in area 1.13-1.15 fino a chiudere il mese attorno a 1.1770- 1.1800, un movimento di apprezzamento dell'euro di oltre il 3% nel mese, sostenuto dalla riduzione del rischio energetico europeo, dal marginale ricalibramento dovish delle attese Fed, e dal riaccendersi delle scommesse su un'economia europea meno fragile in scenario postshock. Lo yen ha continuato la sua dinamica anomala, con un mese di apprezzamento marginale (158-159) che lascia la valuta giapponese in zona di sottovalutazione strutturale, in attesa di una BoJ che fatica a normalizzare.
A inizio anno il posizionamento di hedge fund e CTA era pesantemente corto sulla valuta americana; il rafforzamento osservato tra febbraio e marzo è stato interpretato non come una classica ricerca di bene rifugio, ma come una ricopertura tecnica di posizioni preesistenti. Una volta riassorbito quell'effetto, la spinta si è attenuata, lasciando intatta la tesi di una debolezza strutturale del dollaro nel medio periodo, pur con una sensibilità di breve alle evoluzioni del conflitto, soprattutto attraverso il canale del petrolio.
L’attenzione degli investitori è sempre inevitabilmente rivolta allo stretto di Hormuz e relative fluttuazioni del prezzo del petrolio. A questo punto il problema non è esclusivamente una questione di prezzo ma, soprattutto di disponibilità di consegna fisica. Il 21 di aprile è stato il giorno dell’ultimo arrivo a destinazione confermato pubblicamente per una petroliera che ha attraversato lo stretto durante la crisi. Questo significa che, anche nel caso di una riapertura a breve, i tempi di consegna si stanno allungando (oltre al fatto che prima o poi le riserve dovranno essere ricostituite).
Questa situazione è ben rappresentata dallo scarto apertosi recentemente fra il prezzo del Dated Brent (il prezzo del petrolio fisico Brent per consegna immediata – tipicamente 10-25 giorni) ed il suo Future con scadenza più vicina. Il Dated Brent è considerato il migliore indicatore di quanto il mercato sia teso.
Old Economy strikes back…Il passaggio da un’economia just-in-time a un’economia just-in-case porterà a un tendenziale aumento della domanda e dei prezzi delle materie prime, qualora l’offerta non riesca a tenere il passo. Senza dimenticare di quanti hard assets ci vorranno per realizzar la rivoluzione AI che potrebbe quindi trovarsi confrontata con un colli di bottiglia fisici.
Il mercato ha già in parte incamerato questa nuova situazione e quindi correzioni possono sempre avvenire. Detto questo, pensiamo che il comparto abbia ancora della strada da percorrere. Come spesso succede con le materie prime, implementare in modo efficace un’opinione non è però sempre facile.
Fonte: BG Aequitum – Bloomberg – dati al 30.04.2026