La prima settimana di settembre, storicamente il mese peggiore dell'anno per le azioni (-0,8% in media negli ultimi trent'anni), si è aperta con un ritorno prepotente della geopolitica in Medio Oriente. Il Brent ha chiuso a $92,68 (+7,6% settimanale), riaccendendo i timori inflazionistici. I rendimenti globali ne hanno risentito, salendo ai massimi dal 2008: il decennale USA al 4,79%, il Gilt britannico al 5,22% (+16 punti base in una seduta) e il Bund al 3,38%, ai massimi da quindici anni. Ma il segnale più significativo è arrivato da Tokyo, dove il JGB decennale ha superato il 3% per la prima volta dal 1996. L'elemento decisivo è che questo rialzo non deriva soltanto dal rischio di nuove strette monetarie: deficit elevati, maggiore offerta di debito e la nuova ondata di finanziamento legata all'AI stanno spingendo gli investitori a chiedere un premio più alto. Il mercato sta iniziando ad accettare che il livello strutturale dei tassi possa essere più elevato rispetto al decennio precedente. Il vero protagonista è stato però il braccio di ferro sulla Fed. Dopo il tono hawkish di Warsh a Jackson Hole, gli investitori prezzavano fino al 70% di probabilità di rialzo a settembre. Giovedì il governatore Waller ha raffreddato gli animi invitando a «dare una possibilità alla disinflazione», facendo crollare le probabilità al 50%. Venerdì il pendolo è tornato a oscillare: i payrolls di agosto hanno sorpreso con +162.000 posti (contro attese di 55.000), con le perdite di luglio riviste al positivo, la disoccupazione stabile al 4,1% e la crescita salariale è rallentata al 3,1%. In altre parole, il mercato del lavoro USA rimane robusto ma non surriscaldato. La Fed ha margine per alzare, non l'obbligo. Tutto si gioca sul dato di inflazione dell'11 settembre. Sul fronte AI, il quadro conferma forte selettività dentro un ciclo di investimento robusto. Dell è balzata del 16% dopo aver alzato la guidance annuale di $25 miliardi, Snowflake e HP hanno anch'esse rivisto al rialzo. Ma Broadcom ha deluso nonostante ricavi quasi raddoppiati a $29,6 miliardi: le aspettative erano già eccezionali. Nvidia ha continuato a espandere l'ecosistema con $3,5 miliardi in MediaTek e l'acquisizione di Hugging Face per ~$13 miliardi. L'Europa ha chiuso in negativo la settimana, con l'inflazione dell'Eurozona tornata sopra il 3% (HICP al 3,3%), quasi interamente per l'energia. Il contrasto va letto con attenzione: il core è sceso al 2,4% e i servizi al 3,0%. Il problema europeo è oggi uno shock di offerta, non una spirale di domanda e salari. Il rialzo BCE del 10 settembre (+25 pb al 2,50%) è pienamente scontato; la domanda è cosa accadrà dopo. Sul fronte crescita, il PMI manifatturiero è salito a 52,7, massimo da maggio 2022, con la Germania a 54,3. In Giappone, il JGB sopra il 3% non è solo un tema domestico: se i titoli locali tornano a rendere il 3%, assicurazioni e fondi pensione potrebbero ridurre l'esposizione a Treasury e Bund. Un rimpatrio di capitale giapponese sarebbe un moltiplicatore della pressione sui bond globali.
Oro a $4.432/oz dopo una settimana volatile ma con l'ottava settimana consecutiva di afflussi; Bitcoin a $79.850. La variabile decisiva resta se l'economia riesca a sostenere tassi reali strutturalmente più elevati senza deteriorare gli utili. Con i rendimenti ai massimi dal 2008 e il petrolio oltre i $91, il margine di errore si è assottigliato. Come sempre, la sfida sarà distinguere i segnali dal rumore.
Il fondo sovrano norvegese taglia i Treasury (?) Il gestore del fondo sovrano norvegese, $2.300 miliardi di asset, il più grande al mondo, ha proposto una revisione del portafoglio obbligazionario che potrebbe portare a una riduzione delle posizioni in Treasury americani per circa $80 miliardi. Norges Bank Investment Management ha raccomandato al ministero delle Finanze di abbassare il peso dei titoli di Stato nel benchmark obbligazionario dal 70% al 50%, spostando la differenza verso strumenti a rendimento più elevato, in particolare MBS garantite dalle agenzie federali (Fannie Mae, Freddie Mac, Ginnie Mae), la cui qualità creditizia resta vicina a quella del debito sovrano. Curiosamente, l'esposizione complessiva al dollaro resterebbe «sostanzialmente invariata» (in calo di appena 0,5 punti percentuali), mentre la posizione in titoli di Stato giapponesi salirebbe di 2,8 punti, un altro segnale della crescente attrattiva dei JGB di cui abbiamo scritto. Si tratta per ora solo di un parere consultivo, con la decisione finale attesa in Parlamento nella primavera 2027. Ma il tempismo è eloquente: arriva mentre i rendimenti globali toccano massimi pluriennali e il Tesoro USA è intervenuto ripetutamente sul mercato.
Il selloff obbligazionario visto con le giuste proporzioni. Un'analisi utile per contestualizzare le tensioni delle ultime settimane: il ribasso in corso sui bond globali, per quanto doloroso, è notevolmente inferiore rispetto a quello del 2022. I rendimenti globali sono saliti di 17 punti base su base cumulata a 20 giorni, contro i 62 di allora; da inizio anno le obbligazioni hanno perso il 4,2% picco-minimo, contro il -23% del 2022. La differenza sta in due elementi. Il primo è la natura dello shock: nel 2022 le banche centrali erano impegnate nella stretta più rapida e sincronizzata in mezzo secolo; oggi, oltre all'inflazione energetica, pesano soprattutto la spesa pubblica elevata (USA, Giappone, Regno Unito, Francia) e la competizione per il capitale generata dal boom AI. Il secondo è il cuscinetto di reddito: i rendimenti salgono da livelli già elevati, con una cedola media del 2,68% contro l'1,84% del 2022, il che attutisce le perdite di prezzo. Anche la volatilità dei rendimenti è scesa a 37 punti base dal picco di 56 di maggio (contro i 92 del marzo 2023), segnale che gli investitori stanno assorbendo il movimento con maggiore compostezza.
Blackstone limita i rimborsi per il secondo trimestre consecutivo. Il fondo di private credit più grande del mondo, BCRED, da $77 miliardi, ha nuovamente contingentato le richieste di riscatto, consentendo agli investitori di ritirare solo metà del 10% richiesto, esattamente come nel trimestre precedente. Chi ha chiesto di uscire negli ultimi due trimestri avrà recuperato circa il 75% del capitale in novanta giorni, mentre il NAV è sceso a $23,64 da $24,68 di fine gennaio. Il dato è rilevante perché offre uno sguardo anticipato sulle pressioni durature che attraversano il mercato da $1.800 miliardi del credito privato: resta da smaltire un arretrato di circa $15 miliardi di richieste di rimborso, e la raccolta per i BDC non quotati è crollata dell'82% quest'anno. Il fondo dichiara inoltre di aver impiegato oltre $6 miliardi nel primo semestre, vedendo opportunità proprio in AI, infrastruttura digitale, aerospazio, difesa e scienze della vita. È il tema che seguiamo da mesi: il private credit non è esploso come alcuni temevano, ma la fase di normalizzazione è tutt'altro che conclusa.
Fonte: BG Aequitum – Bloomberg – dati al 07.09.2026