Si chiude un primo semestre da manuale: nonostante guerra, shock petrolifero e timori inflazionistici, l'S&P 500 ha messo a segno il miglior trimestre in sei anni, aggiungendo oltre $8.000 miliardi di capitalizzazione in tre mesi e recuperando il 20% dai minimi di fine marzo, una delle riprese più rapide di questo secolo, verificatasi solo tre volte dal 2000. L'indice dei semiconduttori ha chiuso il miglior trimestre della storia. Ma la settimana ha anche mostrato le prime crepe strutturali: dopo il crollo del 5 giugno, i chip hanno vissuto sedute di forte volatilità, con una correzione dell'11% in due giorni a metà settimana prima di stabilizzarsi. Il tema dominante è ormai chiaro: il mercato non paga più incondizionatamente il trade AI e attende la prossima earnings season per capire se il capex miliardario si tradurrà in profitti reali. Segnale rilevante di rotazione: la versione equal-weighted dell'S&P 500 ha toccato nuovi massimi storici, suggerendo come gli investitori siano intenzionati a guardare oltre le aziende tech.
Il vero spartiacque della settimana è arrivato dai dati sul lavoro USA. Dopo mesi di timori di surriscaldamento, le nuove buste paghe sono salite a 57.000, meno di quanto atteso dagli analisti (con revisioni al ribasso dei mesi precedenti), nonostante la disoccupazione sia leggermente scesa. Un dato che ha di fatto tolto dal tavolo l'ipotesi di un rialzo imminente della Fed: il mercato prezza ora un aumento di 25 bps non prima di dicembre (dall'ottobre precedente). Il nuovo presidente Kevin Warsh, parlando al forum BCE di Sintra in Portogallo, ha dichiarato che «i rischi di inflazione sono diminuiti», rifiutando però di offrire forward guidance.
Sul fronte Iran si è consumata la svolta più importante. Un accordo interim tra USA e Iran ha fatto crollare il petrolio ai livelli pre-guerra: il Brent è sceso sotto i $72 e il WTI sotto i $68, rispetto ai picchi di $114 di inizio maggio. I colloqui indiretti sono stati descritti come «positivi», con la prospettiva di una riapertura dello Stretto di Hormuz. Il ritorno del greggio sotto controllo è il singolo fattore che ha permesso di disinnescare l'intero scenario stagflazionistico che aveva dominato i mesi precedenti.
Il quadro internazionale ha brillato in chiusura di settimana, con segnali di rotazione geografica significativi. Lo Stoxx 600 europeo ha toccato un nuovo massimo storico, alla quarta settimana consecutiva di rialzo, trainato dai settori utility e tech. Le borse asiatiche sono salite del 2%, con i giganti coreani della memoria SK Hynix e Samsung in recupero, e i mercati emergenti hanno guadagnato il 2.2%. Il dato più eloquente: secondo Bank of America, gli investitori stanno abbandonando le azioni USA al ritmo più veloce da marzo ($17.2 miliardi di deflussi in una settimana), spostandosi verso azioni internazionali.
Lo yen resta sotto pressione, toccando il livello più debole dal 1986 contro il dollaro, con la Bank of Japan sempre più imprevedibile sugli interventi. Il dollaro ha vissuto la peggior settimana da maggio, l'oro è risalito verso $4.170/oz beneficiando del calo delle aspettative di rialzo, mentre Bitcoin resta debole intorno ai $61.000 dopo la correzione delle settimane precedenti. Sul fronte del credito, due fondi di Blue Owl hanno di nuovo dovuto limitare i rimborsi. Il semestre si chiude dunque con un mercato tonico, ma con la earnings season alle porte e le valutazioni tech tirate, il secondo semestre si apre con più domande che certezze.
Il mondo multipolare prende forma. Secondo il sondaggio annuale Global Public Investor dell'OMFIF, lo yuan cinese sta guadagnando terreno come alternativa al dollaro tra i gestori delle riserve dei mercati emergenti, i quali intendono aumentare le proprie posizioni in renminbi nei prossimi 12-24 mesi e nel decennio. Il 93% delle banche centrali considera ormai lo yuan uno strumento di diversificazione valido, e la Cina ha superato l'India come mercato emergente più attraente per i fondi sovrani e pensionistici. Il dollaro resta dominante (circa 60% delle riserve), e in dieci anni lo yuan dovrebbe rappresentare appena il 5% del portafoglio medio (contro 52% del dollaro e 23% dell'euro), ma quasi l'80% dei gestori ritiene che il sistema monetario globale stia transitando verso una struttura multipolare.
Quando l'ETF muove l'azione (non viceversa). Il crollo del Kospi coreano della settimana scorsa ha messo in luce un fenomeno tanto affascinante quanto inquietante. Un ETF a leva quotato a Hong Kong e legato a SK Hynix è cresciuto in nove mesi fino a $13 miliardi, diventando il più grande ETF single-stock a leva al mondo. Nelle giornate volatili, questo prodotto e i suoi simili possono rappresentare fino a due terzi del volume di scambi sull'azione SK Hynix, una cifra straordinaria per una società da $1.200 miliardi. Il risultato paradossale: l'ETF ha iniziato a muovere il titolo anziché limitarsi a replicarlo. Ogni pomeriggio una rete di banche, hedge fund e market maker si prepara al ribilanciamento del fondo. Il rischio è evidente e strutturale: SK Hynix pesa il 28% del Kospi (Samsung un altro 29%), quindi un tracollo prolungato costringerebbe l'ETF a vendere in un mercato in caduta con la stessa meccanicità con cui ha comprato in salita, amplificando i movimenti su uno dei mercati più importanti dell'Asia (il settimo al mondo).
Chi ucciderà il bull market? Un'analisi del Financial Times affronta la domanda che più tormenta gli investitori: quanto può durare questo mercato toro? Le azioni USA sono salite di oltre il 100% da ottobre 2022, con valutazioni ormai in territorio estremo, 28,4 volte gli utili storici, il 40% sopra la media quarantennale. Ma come recita il detto, «i bull market non muoiono di vecchiaia: vengono assassinati». Ogni grande picco degli ultimi 125 anni (1907, 1929, 1973, 2000) è stato preceduto da un rialzo dei tassi di 2-4 punti percentuali, non i 0,5 punti attualmente scontati dai futures. La sorpresa è che nemmeno la guerra in Iran ha prodotto lo shock necessario: il petrolio è salito «solo» del 63% al picco, contro il +100% del 1990 e il +300% del 1973-74. La conclusione è misurata: perché il rally finisca, dovrà scoppiare la «bolla» AI, e la vera lezione del dotcom è che il rischio maggiore verrà probabilmente dal deterioramento dei flussi di cassa dei settori clienti dell'AI (finanziari, industriali, media, trasporti, sanità) più che dai produttori.
Fonte: Bloomberg
Fonte: FT
Fonte: BG Aequitum – Bloomberg – dati al 06.07.2026